Recuperare Annapolis
Shlomo Ben-Ami
Ancora un articolo di Shlomo Ben-Ami, esponente laburista ed ex-ministro degli esteri israeliano, del quale apprezzo la lucida e pragmatica impostazione negoziale del conflitto israelo-palestinese, e anche la visione gradualista del processo di democratizzazione nel mondo arabo. Segnalo inoltre il blog - originariamente suggerito dalla giornalista Paola Caridi - Syria Comment, incentrato su uno dei principali protagonisti arabi del conflitto.
Con un occhio alle polemiche dei giorni scorsi al Salone del Libro di Parigi, Nazione Indiana ha tradotto in un dossier l’intervista a Benny Ziffer, redattore capo del supplemento letterario di Haaretz, apparsa in francese su nonfiction.fr: Ziffer ha promosso l’appello al boicottaggio di Israele (ospite d’onore al Salone) da parte di intellettuali israeliani critici verso l’operato del loro stesso governo.
Ancora dal Salone, lo scrittore A. Yehoshua ha espresso un appello all’Europa per una sua maggiore presenza nella gestione dei negoziati di pace: riporto il link all'articolo apparso su Le Monde.
I colloqui di pace israelo-palestinesi cominciati tre mesi fa ad Annapolis non soffrono certo per la mancanza di idee su come affrontare i temi cruciali del conflitto. Dopo anni di tentativi frustrati di concludere un accordo, e con dozzine di piani di pace ufficiali e informali a disposizione dei negoziatori, rimane poco spazio per la creatività nella definizione di un accordo.
Il problema di fondo sta altrove, nella carenza di leadership, e nella frammentazione della politica palestinese. L’unica persona che avrebbe potuto assicurare un accordo di pace basato sulla soluzione due popoli in due stati in maniera legittima agli occhi dei palestinesi, Yasser Afarat, ha portato con sé nella tomba questa legittimità.
Il presidente Mahmoud Abbas non è mai stata una figura ispiratrice per i palestinesi. Con la resa di Gaza a Hamas, la sua influenza politica è diminuita ulteriormente. In effetti, Abbas non riesce neppure a controllare le milizie del suo stesso partito, Fatah, che è stato anche più attivo di Hamas nell’organizzare attacchi terroristici contro Israele. Il controllo dell’Autorità Palestinese sulla Cisgiordania sarebbe collassato molto tempo fa se non fosse stato per le incursioni quotidiane di Israele contro Hamas e Fatah nelle aree controllate da Abbas.
Nel corso della storia, i movimenti nazionalisti, quasi sempre costituiti da ali radicali e realiste, hanno dovuto scindersi per poter raggiungere la Terra Promessa. Il consenso è la negazione della leadership e spesso una ricetta per la paralisi politica.
Il Sionismo ne è un esempio. Se il partito ultranazionalista Irgun di Menachem Begin si fosse unito in una coalizione con il pragmatico Mapai di Ben Gurion nel 1947, i sionisti avrebbero rifiutato la partizione della Palestina, e Ben-Gurion non sarebbe riuscito a proclamare lo stato di Israele nel maggio del 1948.
Naturalmente questa lezione non deve essere elevata a dogma. Nel caso palestinese, con il vuoto di una leadership come quella rappresentata da Arafat, l’ala radicale Hamas non può essere esclusa dal processo di creazione dello stato palestinese. Inoltre, diversamente dal caso israeliano, l’ala radicale in Palestina rappresenta la maggioranza dei cittadini, come è emerso alle elezioni di due anni fa.
Di conseguenza, la questione che domina l’attuale dibattito in Israele è sull’opportunità di invadere la striscia di Gaza dominata da Hamas. Bloccata in una paralisi di pensiero autoimposta che non permette di vedere una soluzione non-militare, Israele si rifiuta di capire che i lanci di razzi sul territorio israeliano non vanno intesi come un tentativo di trascinare Israele verso l’invasione. Al contrario, sono un tentativo di stabilire un nuovo deterrente per forzare Israele all’accordo per un cessate il fuoco (tahdiye).
E’ autoingannevole assumere che gli attori palestinesi coinvolti nello screditato processo di Oslo possano ancora raccogliere la legittimazione popolare necessaria per ottenere il sostegno su un compromesso che richiederebbe ad Israele dolorose concessioni sui temi centrali dell’ethos nazionale palestinese.
Né è del tutto certo che l’invasione di Gaza porterebbe alla fine degli attacchi su Israele. Hamas, con l’aiuto dell’Iran, sta vivendo un processo di ‘hezbollanizzazione’. Le sue unità non sono più semplici cellule terroristiche; sono unità combattenti ben equipaggiate e molto preparate, e i suoi razzi, come quelli nel Libano del sud, vengono lanciati con dei timer da silos sotterranei.
L’esperienza traumatica della seconda guerra libanese nel 2006 ha reso la leadership israeliana timorosa di un’altra guerra asimmetrica dove una vittoria netta non può mai essere proclamata, e dove l’aritmetica del sangue è sempre destinata a trasformare le vittime della forza prevalente, Israele, in cause di una crisi interna.
Israele deve modificare il suo obiettivo strategico di escludere Hamas dal processo di Annapolis, e con questo l’ultima chance per una soluzione in due stati. Ciò richiede non solo un cessate il fuoco con Hamas, ma anche il ritorno ad un governo di unità nazionale palestinese, l’unico in grado di garantire al processo di pace quella vitale legittimazione che al momento manca. Senza la rinascita degli accordi della Mecca, che posero Hamas e l’OLP in un governo di coalizione, Hamas non può pensare di assicurarsi il controllo di Gaza e l’OLP non è in grado di raggiungere un accordo di pace con Israele.
Il concetto, caro agli architetti del processo di Annapolis, che la pace possa essere ottenuta solo dividendo i palestinesi “moderati” da quelli “estremisti” è un’idea sbagliata. Un governo di unità nazionale palestinese non ostacolerebbe un accordo per la semplice ragione che i moderati attualmente coinvolti nei negoziati con Israele devono in ogni caso impegnarsi per un accordo che gli estremisti non possano etichettare come una svendita e un tradimento. Di conseguenza, la differenza tra le posizioni palestinesi negli attuali negoziati e quelle che potrebbero reggere se fosse reintegrato un governo di unità è del tutto trascurabile.
Copyright: Project Syndicate, marzo 2008.
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Traduzione di Le coordinate Galat(t)iche.