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La crisi dell’Iran e Ali Khamenei
Ali Reza Eshraghi, 29/06/2009, openDemocracy.net
E’ possibile esautorare legalmente l’Ayatollah Ali Khamenei dalla sua carica di leader supremo dell’Iran? Tecnicamente, sì – anche se in pratica l’obiettivo è molto più difficile da realizzare.
Anche dopo che Khamenei ha reso pubblica la propria posizione senza compromessi sulle elezioni presidenziali alle preghiere del venerdì 19 giugno a Teheran – cioè che non c’era stata nessuna frode e che le proteste dovevano terminare – i due candidati riformisti (Mir Hosein Musavi e Mehdi Karroubi) hanno provocatoriamente disubbidito ai suoi ordini. Una simile mossa non ha precedenti negli ultimi vent’anni, ovvero da quando Khamenei ha assunto la carica di leader supremo (dalla morte dell’Ayatollah Khomeini –il fondatore dell’attuale regime iraniano e suo leader supremo – nel 1989); questo perché il Rahbar [la Guida] ha l’ultima parola su tutte le questioni, e nessuno può o dovrebbe sfidare il suo verdetto – al punto che alcuni estremisti sostengono persino che “se il leader supremo dice che lo yogurt è nero allora è nero.”
E’ vero, si sono sentiti alcuni slogan contro il leader supremo nelle manifestazioni di piazza; ma i candidati perdenti si sono tirati indietro rispetto alle critiche o agli attacchi diretti nei suoi confronti, temendo che questo sarebbe stato interpretato come un tentativo di demolire l’intero regime.
L’unico modo legale di rimuovere l’Ayatollah Khamenei dalla sua carica è attraverso l’Assemblea di Esperti, un organo costituito da membri religiosi incaricato di eleggere, supervisionare ed esonerare il leader supremo. Le due condizioni chiave per riuscire ad essere eletti sono l’essere giusti e prudenti: si può argomentare che egli debba essere automaticamente rimosso dalla sua posizione, dato che si è dimostrato essere né giusto né prudente. Il paradosso [catch-22 nella vers.orig.] in questa situazione è che i membri dell’Assemblea di Esperti sono selezionati tra religiosi fedeli ed obbedienti al leader supremo.
L’ex-presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, sconfitto da Mahmud Ahmadinejad durante le scorse elezioni presidenziali nel 2005, uno dei principali sostenitori di Musavi, è il presidente dell’Assemblea. L’analista Reza Aslan ritiene che Rafsanjani sarebbe molto propenso a chiamare i membri dell’Assemblea ad un incontro per “discutere di Khamenei”. Ora, molti analisti iraniani e comuni cittadini si stanno chiedendo come mai Rafsanjani sia silenzioso in questi giorni, specialmente in considerazione dei diversi attacchi rivolti da Ahmadinejad alla sua famiglia durante i dibattiti. Questo potrebbe essere in parte dovuto al fatto che Rafsanjani non è molto influente nell’Assemblea e, nelle recenti elezioni nelle quali è stato designato presidente, ha ricevuto solo 51 voti sugli 86 complessivi.

Le ragioni di Stato
La principale questione non è il processo di esautorazione del leader supremo, ma la sua sostituzione. Dall’intensa e seria lotta tra le diverse fazioni del sistema, non emerge un’accettazione generale né una legittimazione per qualche altro candidato. L’assenza di un leader supremo sarebbe una minaccia all’integrità della Repubblica Islamica ed una possibile causa del suo collasso – il che forse spiega il silenzio di Rafsanjani durante le proteste. Sadegh Zibakalam, un analista vicino a Rafsanjani scrive: “la sua maggiore preoccupazione è di preservare il sistema.” Il quotidiano Islamic Republic, che è noto come il bollettino di Rafsanjani, ha sostenuto con forza Musavi durante le elezioni ma ha cambiato tono dopo il discorso dell’Ayatollah Khamenei: “Tutte le persone, i gruppi e le correnti devono rispettare il leader supremo per la salvezza degli alti interessi del regime.”
Ciò forse spiega perché il giorno dopo le preghiere di venerdì 19 giugno, l’Assemblea di Esperti ha chiesto ai cittadini di obbedire agli ordini dell’Ayatollah Khamenei. Persino un membro moderato dell’Assemblea, l’Ayatollah Hashemzadeh Harisi – che è vicino ai riformisti – ha dichiarato che “seguire i comandi del leader supremo è un obbligo religioso.”
In quest’ottica paiono esserci due spiegazioni per l’assenza di una sfida diretta al leader supremo:
- La maggior parte dei religiosi sciiti attualmente in carica stanno seguendo una citazione dall’Imam Ali, il primo sacro successore del Profeta Maometto: “ Un tiranno è meglio che il disordine.” Ritengono che sia meglio mantenere lo status quo sotto un governo ingiusto piuttosto che creare caos nel loro stesso sistema sfidandolo.
- “La conservazione di una Repubblica Islamica è più importante di qualunque dovere religioso.” Questa espressione è stata coniata dall’Ayatollah Khomeini; oggi è ripetutamente citata dai suoi successori ai candidati insoddisfatti, come mezzo di persuasione per convincerli ad interrompere le loro proteste ai fini della salvezza dell’intero regime. Questa espressione prescrive che è legittimo interrompere i doveri religiosi quali le preghiere giornaliere, l’onestà e la sincerità e persino accettare la frode, se tutto questo va nel più alto interesse del regime.
Forse il timore di un crollo del regime spiega appieno perché Hashemi Rafsanjani sia rimasto in silenzio; perché Mohammad Khatami, l’ex-presidente riformista, sia stato molto prudente nell’appoggiare i manifestanti in maniera forte e chiara; e perché Mohsen Rezaei, il terzo candidato nella sfida presidenziale a quattro, abbia ritirato il suo ricorso contro la frode elettorale. Questa è una sfida che nessuno di loro sembra in grado di vincere.
Traduzione di Le Coordinate Galat(t)iche da openDemocracy.net su licenza Creative Commons. L'articolo originale completo di tutti i link si trova qui.
Ho tradotto un altro articolo dalla rivista indipendente openDemocracy.net sulla crisi in Iran: mi sembra che chiarisca bene i rapporti tra le diverse correnti del potere iraniano.
Sul tema, mi colpisce lo schematismo con cui da noi viene spesso affrontata la crisi iraniana. Nell’alveo del centrodestra, che certo non è affine alla mia visione, ho trovato grande avversità nei confronti dell’attuale regime islamico - considerato il grande nemico da abbattere -, posizione coerente con l’idea dello scontro di civiltà e dell’esportazione di democrazia e liberalismo: in queste posizioni trovo implicita la concezione riduttiva di una nazione piegata al regime, quando invece vi sono un'articolazione sociale e una profondità democratica maggiori di quanto si pensi (e rinvio agli articoli e ai libri di Farian Sabahi).
D’altro canto sono altrettanto perplesso quando mi imbatto in blog di sinistra che considero amici e che stimo, i quali esprimono il timore del possibile costituirsi di un nuovo protettorato americano nel caso di un rovesciamento del regime. Certo, questo è uno scenario che io stesso aborrirei, ma davvero non è ammissibile lo svalutare le sofferenze che il popolo iraniano ha provato e continua a provare, la mancanza di libertà, l’arroganza del regime, la stessa crisi economica che non trova soluzione: tutto ciò pone quel paese molto distante da modelli socioeconomici di omologazione filo-occidentale.
Una chiave per comprendere il significato della sofferenza di tanti iraniani è la lettura dei romanzi del grandissimo Kader Abdolah, dissidente fuggito dall’Iran nel 1985 e approdato in Olanda nel 1988, il quale ha imparato nel corso di questi decenni a scrivere in nederlandese, e ha prodotto testi talmente belli che il suo La casa della moschea (Iperborea, 2005) è stato votato dai lettori olandesi come secondo miglior romanzo mai scritto nella loro lingua.

.L’Ayatollah Ali Khamenei ha tenuto il suo primo discorso pubblico dopo le elezioni presidenziali in Iran nel corso delle preghiere di venerdì 19 giugno 2009 a Teheran, una settimana dopo che il controverso voto aveva consegnato una vittoria schiacciante al presidente in carica Mahmud Ahmadinejad. L’intervento del leader supremo, davanti ad una vasta folla che includeva alti prelati e politici – anche se soltanto uno dei tre candidati rivali di Ahmadinejad –, è stato un punto di svolta negli eventi del tumultuoso Iran post-elezioni.
Il leader della Repubblica Islamica ha ancora una volta sostenuto i risultati ufficiali delle elezioni, anche mentre continuavano le intense proteste pubbliche a favore del secondo arrivato Mir Hosein Musavi.
Khamenei ha rifiutato i giudizi di inaffidabilità dei risultati: è impossibile che ci siano stati “11 milioni di voti fasulli”, perché “la Repubblica Islamica non manomette i voti del popolo”. Ha anche avvisato i manifestanti che avrebbero dovuto smetterla con le dimostrazioni in strada e con le marce; se non l’avessero fatto, i “mandanti dietro le quinte” sarebbero stati ritenuti responsabili per le loro azioni.
La stance politica del leader supremo è un rischio – dato che l’effetto dei comportamenti e dei discorsi di Mahmud Ahmadinejad (sia prima che dopo le elezioni) è di imporre gravi costi al governo dell’Iran e al leader del regime – acutizzando le divisioni all’interno dell’elite politica e contribuendo a provocare le più grosse manifestazioni di piazza sin dalla rivoluzione del 1979 ha incitato l’opinione pubblica internazione contro Teheran e persino indotto seri dubbi sulla legittimità del suo diritto a governare la Repubblica Islamica.
Tuttavia la postura minacciosa di Khamenei non ha placato le proteste di strada; persino una vasta presenza di security e le tattiche intimidatorie delle milizie basij non sono riuscite ad impedire che la gente continuasse a raccogliersi nel corso del weekend del 20-21 giugno. Il numero degli uccisi, anche se ancora piccolo, sta crescendo; se dovesse manifestarsi maggiore violenza ufficiale nei confronti dei manifestanti, aumenterà la pressione sul regime sia dall’interno che dall’esterno.
L’Ayatollah Khamenei continua a sostenere Mahmud Ahmadinejad perché è convinto che i “nemici” della Repubblica Islamica ne stanno minacciando l’esistenza; che la “resistenza” a questi nemici è essenziale; e che il presidente e i suoi alleati rappresentano la corrente più forte a questo riguardo. Egli sostiene che l’attuale “assertività” del governo produce dei risultati; la politica di distensione con l’occidente durante la presidenza di Mohammad Khatami (1997-2005) ha ottenuto come risultato l’inserimento dell’Iran tra i paesi dell”asse del male”, mentre le ferme politiche dell’amministrazione post-2005 hanno permesso di ottenere la richiesta di Washington di colloqui con l’Iran.
La logica è che il rifiuto dei riformatori di riconoscere le minacce poste dall’occidente e i suoi valori li rende a tutti gli effetti “nemici interni” che mettono in pericolo l’esistenza stessa della Repubblica Islamica. Le ragioni di stato richiedono che i riformisti come Mir Hosein Musavi non possano ritornare al potere.
Nella prospettiva dell’Ayatollah Khamenei, i benefici del contenimento dei nemici interni ed esterni sono così alti da risultare superiori ai costi derivanti dal sostegno a Mahmud Ahmadinejad. Ma questo calcolo sopporterà la continuazione e forse persino l’escalation della crisi post-elettorale, incluso l’aumentato ricorso alla violenza repressiva da parte delle forze di sicurezza? I prossimi giorni in Iran ci daranno una risposta.
Traduzione di Le Coordinate Galat(t)iche da openDemocracy.net su licenza Creative Commons.
PS (24/06): Trovo interessanti le considerazioni riportate qui.

Questo blog affaticato cerca di scrivere qualcosa di non troppo scontato sul tema dei migranti, cosa difficile perché sulla questione si sono già espressi in tanti, comprese persone di grande competenza e autorevolezza. Tuttavia è troppo il disgusto per il consueto tatticismo con cui si muove il nostro governo nell’affrontare i problemi (*), accompagnato come sempre da una grande capacità mediatica che anche in questo caso va a sposarsi benissimo con le ventate emotive di ampi settori dell’opinione pubblica.
E’ per me innegabile l’estrema complessità del problema, che esclude risposte facili sia nel senso dell’accoglimento che in quello del respingimento: trovo peraltro scontato che sia necessario porre un freno all’attuale flusso migratorio proveniente dal Mediterraneo, se penso a quanto poco può offrire l’Italia in termini di bacino occupazionale rispetto al potenziale numero di migranti provenienti dal continente africano, e senz’altro vanno affrontate le bande criminali che gestiscono le tratte.
Detto ciò, il nostro governo, dopo aver concesso con grande fretta alla Libia un risarcimento pagato a caro prezzo, ha di recente completato la stesura del Trattato di amicizia (la cui importanza veniva riconosciuta anche a sinistra: nel 2007 Giuliano Amato firmava con il ministro degli esteri libico il programma di contrasto all’immigrazione clandestina). Peccato che ci sia dimenticati di alcuni aspetti al contorno ritenuti probabilmente trascurabili, come il diritto di asilo politico o i diritti dei rifugiati secondo

(*) Penso, come due primi esempi che mi vengono in mente, alla recente approvazione della legge sul federalismo fiscale, descritta da Andrea Manzella come scatola ancora vuota, o, di nuovo, alla visione riduttiva della riforma scolastica come semplice necessità finanziaria, come se l’educazione dei nostri figli non fosse tra le ultime spese da tagliare. E purtroppo, nel nostro quotidiano, ci tocca scontrarci con autentici homines berlusconianes convinti che “non ce lo potevamo permettere”: i buoni modelli educativi non contano, ci meriteremo figli incolti.
L’ascesa di Zuma
L’ansia attorno all’elezione di Jacob Zuma alla presidenza del Sudafrica mette in ombra
una pietra miliare: per la prima volta da decenni, una nazione sub sahariana ha al suo timone un campione della gente comune.
La politica africana è da lungo tempo dominio esclusivo degli aristocratici, dei soldati e dei tecnocrati. Nonostante la diffusione delle elezioni democratiche, i leader della regione tendono a provenire dai ranghi dell’esercito (Uganda, Ruanda, Zimbabwe), dalle dinastie familiari (Togo, Kenya, ecc…), in alternativa possono essere professori universitari, avvocati, economisti (Ghana, Malawi, Liberia). Ora il Sudafrica, il motore economico della regione e sede delle più sviluppate università, media e imprese, ha un ex-pastore al suo comando, un raro leader africano in sintonia con il popolo.
Zuma è leggendario per la sua abilità ad entrare in comunicazione con la gente. E’ sufficientemente sicuro di sé per ballare e cantare in pubblico. Sa parlare il linguaggio del populismo, alimentando le speranze di quella vasta maggioranza di sudafricani che sopportano ogni giorno la povertà delle abitazioni, delle scuole e degli ospedali.
In contrasto con i suoi due predecessori – il “santo” Nelson Mandela, impegnatosi nella questione razziale, e l’aristocratico Thabo Mbeki, che è riuscito a rassicurare gli investitori con le sue forti competenze in tema di macroeconomia – Zuma intercetta la domanda repressa di progresso materiale nelle vite delle decine di milioni di nullatenenti del suo paese. “Abbiamo imparato dagli errori degli ultimi 15 anni, specialmente il modo con cui abbiamo, in qualche misura, dimenticato il movimento popolare”, ha affermato in aprile davanti all’African National Congress diretto alla vittoria.
Fino ad ora, il populismo è stata la nota mancante nella cultura politica africana. Zuma, che ha passato la sua gioventù custodendo greggi ed ha avuto accesso all’educazione formale mentre stava nella nota prigione di Robben Island con Mandela, ha piena consapevolezza del fatto che il principale problema dell’Africa sono le sue diseguaglianze, non la sua marginalizzazione a livello globale. Nella più ricca nazione africana – ma anche la nazione dove la ricchezza è distribuita nel modo più iniquo – un saldo populista regge ora il più elevato potere sulle politiche del governo.
Tuttavia, se l’appeal populista di Zuma riflette le differenze particolarmente ampie tra le classi economiche del Sudafrica, la minaccia di imporre tasse più alte ed altri obblighi sui datori di lavoro e sulle classi più ricche ha alimentato paure sia internamente che a livello internazionale. Inoltre, Zuma è stato definito un camaleonte, accusato di raccontare ai suoi sostenitori ciò che vogliono sentirsi dire.
La sua vita personale turbolenta – molte mogli, e la sua imbarazzante affermazione, ad un processo contro di lui per stupro, che avrebbe evitato di contrarre il virus dell’AIDS facendosi una doccia – l’ha coperto di ridicolo. Più seriamente persistono dubbi sul suo reale impegno al rispetto della democrazia, con i più critici che sostengono che egli non sia altro che il “grande uomo” africano vecchio stile, pronto ad opprimere gli oppositori e a saccheggiare le finanze pubbliche attraverso il solito sistema clientelare.
Respingendo le accuse, Zuma insiste, “Non ci sono nubi intorno a me.” I suoi difensori, nel frattempo, segnalano i due risultato che avrebbe già raggiunto: mettere fine all’approccio incerto di Mbeki nella lotta all’HIV/AIDS, la maggiore minaccia alla salute pubblica, ed una rinnovata volontà a muoversi contro l’anziano dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, trattato da Mbeki con i guanti di velluto per un mal indirizzato senso di lealtà a causa del suo passato sostegno alla lotta contro l’apartheid.
In un’Africa privata di politici populisti di successo, i modelli per il ruolo di Zuma possono venire dall’America Latina, dove la disuguaglianza dei redditi è allo stesso modo estrema e il movimento sindacale, come in Sudafrica, è forte e militante. Con un’enorme pressione da parte della gente comune per il raggiungimento di risultati tangibili, il populista Zuma dovrà subito affrontare un test fondamentale: deciderà di emulare il brasiliano Lula, che ha ottenuto un ammirevole equilibrio tra il buon governo economico e la redistribuzione della ricchezza ai poveri? O seguirà il percorso di Hugo Chávez, un autocrate popolare che sembra preferire il culto della personalità al miglioramento degli standard di vita dei poveri?
La posta in gioco per l’Africa è enorme. Il Sudafrica è la più importante economia del continente e, fino allo scoppio della crisi finanziaria globale, ha segnato 10 anni di forte crescita economica. In una fase di rallentamento, il grave problema della criminalità non può che peggiorare; così la disoccupazione, che già raggiunge il 20% nell’economia ufficiale.
Zuma avverte l’urgenza della situazione. Egli, dopotutto, ha 67 anni e servirà probabilmente per un solo mandato. “Non possiamo perdere tempo”, afferma.
Tuttavia, secondo lo studioso di economia politica Moeletsi Mbeki, al fondo “Zuma è un conservatore”. In questo senso rappresenta il passato del Sudafrica. Fa parte della generazione orgogliosa che ha sconfitto l’apartheid – e in seguito pacificamente messo in moto una transizione ad un durevole governo a guida nera. Il loro successo rimane uno dei più grandi della storia recente.
Allo stesso tempo, la generazione rivoluzionaria di Zuma pare ancora insicura nel guidare il Sudafrica in un’era di post-apartheid che ha compiuto ormai 15 anni. In una regione che riverisce gli anziani, l’attaccamento di Zuma alle sue tradizioni rurali deve essere compensata da un’uguale apertura verso gli appetiti della gioventù del suo paese.
Tre sudafricani su 10 hanno meno di 15 anni, il che significa che non hanno vissuto un solo giorno sotto l’apartheid. In qualche modo Zuma deve trovare un modo per rendere onore all’impegno della sua generazione verso la giustizia razziale e la liberazione nazionale, e contemporaneamente sostenere le masse che ogni giorno soffrono la ferita delle differenze di classe e desiderano progressi materiali.
Copyright: Project Syndicate, aprile 2009.
Traduzione di Le coordinate galat(t)iche.