lunedì, 19 maggio 2008

Israele al Sessantesimo

A.B. Yehoshua

mail.google.comTel Aviv – Dieci anni fa, al cinquantesimo anniversario di Israele, il processo di pace avviato attraverso l'innovativo accordo di Oslo - raggiunto da Israele e l'Autorità Palestinese nel 1993 - stabiliva la legittimità dell'esistenza nazionale dei due popoli nella loro patria condivisa sulla base del compromesso territoriale. Si avvertiva la percezione generale che questo lungo conflitto stava per essere risolto.
Sfortunatamente, gli ultimi dieci anni hanno testimoniato un doloroso arretramento. Individui e popoli sono in grado di tollerare le difficoltà se c'è la sensazione che il futuro sarà migliore e i conflitti risolti. Ma un improvviso regresso può portare alla disperazione, che oggi percepiamo.

Com'è possibile che conflitti molto più complessi di quello israelo-palestinese – l'apartheid in Sudafrica, la partizione della Germania, o il collasso dell'Unione Sovietica - tutti appaiono risolti, normalmente senza spargimento di sangue, mentre il conflitto in Medioriente, dopo più di un secolo, reclama sempre più vittime ogni giorno che passa?

Una ragione è che questo conflitto non ha precedenti nella storia dell'umanità. Non c'è altro esempio di una nazione che è tornata dopo duemila anni di assenza in un territorio che non ha mai smesso di considerare come la propria patria. Di conseguenza non stupisce che gli arabi, in particolare i palestinesi, continuino ad essere incapaci di comprendere, esistenzialmente o moralmente, quello che gli è accaduto.

Il ritorno degli ebrei in Israele non fu colonialismo, come gli arabi pensavano. Non solo gli ebrei non possedevano una madrepatria, ma in Europa vivevano da stranieri, ciò che spinse all'esclusione e all'annientamento. Gli ebrei non giunsero in Palestina per sfruttarne le risorse o per soggiogare i suoi residenti al fine di trasferire altrove dei benefici economici. Né arrivarono come i coloni americani o australiani con lo scopo di costruire una nuova identità e assimilare ad essa gli indigeni.

Il sionismo mirava a rinnovare e a rendere più profonda una vecchia identità. Sin dall'inizio, non c'era intenzione di danneggiare l'identità dei residenti arabi, o di mescolarla con l'identità tradizionale ebraica. Poiché gli arabi non avevano un modello storico corrispondente dal quale apprendere come mettersi in relazione al fenomeno che li aveva sopraffatti, essi provarono ad interpretare il sionismo come colonialismo, e pensarono che la lotta di altre nazioni contro il colonialismo potesse fornire loro un modello per la resistenza.

Così, la legittimità del diritto di Israele ad esistere rimane una questione aperta. Sicuramente, mai prima d'ora la questione della legittimità è stata così fondamentale in un conflitto tra due nazioni.

Anche se il riconoscimento della nazionalità israeliana sta espandendosi in modo diffuso, persino tra la gran parte dei paesi del Medioriente, due concetti strettamente intrecciati tra loro continuano a ostacolarlo. Il primo è la trasformazione, in Medioriente come altrove, dal rifiuto della legittimità di Israele al rifiuto della legittimità del sionismo. Il secondo è la tendenza crescente tra i palestinesi, gli altri arabi, e molti europei, a preferire una stato binazionale israelo-palestinese all'originaria soluzione due popoli in due stati.

I portavoce di Hamas parlano non di 'israeliani' ma di 'sionisti', come fa il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Si può assistere al dibattito sulla 'de-sionizzazione' nelle università di tutto il mondo e persino tra gli ebrei di sinistra. In Israele esistono anche persone, per quanto non molte, che si definiscono 'post-sioniste' o 'non-sioniste'.

Ma al giorno d'oggi l'unica espressione concreta del sionismo è la Legge del ritorno, che non è una legge razzista ma una legge morale. Quando la società delle nazioni decise in favore della creazione di uno stato indipendente ebraico, non lo fece solo per i 600.000 ebrei che allora vivevano lì. Piuttosto, si intese che Israele avrebbe aiutato a risolvere il problema ebraico ovunque nel mondo consentendo a qualunque ebreo che desiderasse uscire dalla diaspora di poterlo fare.

L'idea di uno stato binazionale israelo-palestinese incarna la pericolosa illusione che due popoli completamente diversi nella loro lingua, religione, cultura e storia, che sono divisi da un profondo divario economico e connessi ai rispettivi mondi esterni – i palestinesi a quello arabo e gli israeliani a quello ebraico – possano essere tenuti insieme nella cornice di un singolo stato. Per di più, questi sono due popoli che hanno lottato intensamente in un conflitto sanguinoso e irrisolvibile nel corso dell'ultimo secolo.

Sia i palestinesi che gli israeliani, come due diverse nazionalità, meritano ciascuna il proprio stato. Ci deve però essere un chiaro confine tra di essi. In Israele, una minoranza arabo-israeliana ha piena cittadinanza, anche se molto rimane da fare per garantirle una piena uguaglianza economica e sociale. Allo stesso modo nello stato palestinese potrebbe esistere una piccola minoranza ebraica, costituita dai coloni della Cisgiordania, il cui attaccamento alla terra promessa è così intenso che accetterebbero di vivere sotto il controllo palestinese - posto che i palestinesi concedessero loro la cittadinanza palestinese.

Durante i primi anni del sionismo, il grande studioso ebreo Gershom Scholem – che nacque a Berlino – affermò che gli ebrei si stavano imbarcando in un percorso difficile, un ritorno alla storia. In altre parole, gli ebrei, che basavano la proprio identità nella diaspora su una memoria ed un tempo mitologici, stavano ora tornando ai suoi elementi più nitidi: un territorio delimitato da confini, e una comprensione cronologica dettagliata della propria storia.

Sessant'anni dopo, il conflitto arabo-israeliano ci ricorda che il percorso degli ebrei a ritroso nella storia continua.

Copyright: Project Syndicate, maggio 2008.
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Traduzione di Le coordinate Galat(t)iche.

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mercoledì, 23 aprile 2008

Iran gente strade paesaggi

baboneh

Consiglio la visione di "Iran gente strade paesaggi" (Marsilio), splendido libro fotografico curato da Riccardo Zipoli che raccoglie immagini di diversi fotografi iraniani contemporanei. Il testo (catalogo di una mostra presentata nel 2007 al Centro Candiani di Mestre) consente di approfondire la conoscenza dell'attuale ricerca fotografica in Iran e soprattutto di articolare lo sguardo su questo paese schivando l'appiattimento intorno ai temi dell'islam politico o del rischio nucleare. Ancora su questo argomento, nel recente libro "Un estate a Teheran" la giornalista e studiosa Farian Sabahi osserva dal suo interno la società iraniana e ne fornisce un quadro assai penetrante.


502-L
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lunedì, 14 aprile 2008

Novità lavorative importanti mi impongono di ridurre la quantità di tempo che posso dedicare a questo blog: sono costretto a ridurre la frequenza dei miei interventi, anche se spero comunque di non doverli sospendere.
In ogni caso continuerò senz'altro ad usare questa pagina come riferimento per accedere a diversi blog grazie ai quali ho avuto modo di imparare molte cose nel corso di questa positiva esperienza e che intendo continuare a leggere.
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mercoledì, 09 aprile 2008

Non c’è modo

 

Ho tradotto una storiella di Woody Allen di qualche anno fa che ho trovato riportata in inglese sul portale Morasha.it. Per quanto datata, non solo è sempre attuale ma mi pare che rappresenti bene certi caratteri israeliani.

 

Saddam Hussein era seduto nel suo ufficio, pensando al prossimo paese da invadere, quando squillò il telefono.

"Pronto, il Sig. Hussein?" disse una voce con un forte accento. "Qui parla Yitzhak da Tel Aviv, Israele. La sto chiamando per informarla che le stiamo dichiarando guerra ufficialmente!"

"Be’, Yitzhak", rispose Saddam. "Questa è una notizia importante! Dimmi, in quanti siete nel tuo esercito?"

"In questo momento", disse Yitzhak dopo un veloce calcolo, "ci siamo io, mio cugino Saul, il mio vicino di casa Shlomo e tutto il club di ramino giù in gastronomia – in tutto fa otto!"

Saddam tirò un sospiro di sollievo. "Devo dirti, Yitzhak, che io ho a disposizione un milione di uomini pronti a muoversi al mio comando."

"Oy vey!", disse Yitzhak, "La dovrò richiamare!"

Rassicuratosi, il giorno dopo Yitzhak richiamò. "Ok, Sig. Hussein, la guerra continua! Siamo riusciti ad ottenere degli equipaggiamenti!"

"E che equipaggiamenti sarebbero, Yitzhak?" chiese Saddam.

"Be’, abbiamo due mototrebbie, un bulldozer e il trattore di Goldberg dal kibbutz."

Saddam tirò un altro sospiro di sollievo. "Devo dirti, Yitzhak, che io ho sedicimila carri armati, quattordicimila veicoli per trasporto truppe, e il mio esercito è cresciuto a un milione e mezzo di soldati dall’ultima volta che ci siamo parlati."

"Veramente?!" disse Yitzhak, "La dovrò richiamare!"

Rassicuratosi, il giorno successivo Yitzhak chiamò ancora. "Ok, Sig. Hussein, la guerra continua! Siamo riusciti ad ottenere una divisione aerotrasportata! Abbiamo modificato l’ultraleggero di Moshe con un paio di fucili nell’abitacolo e ci ha raggiunto il club del bridge!"

Saddam rimase in silenzio un minuto, poi sospirò. "Devo dirti, Yitzhak, che io ho diecimila bombardieri, ventimila caccia MIG-19, il mio complesso militare è difeso da missili terra-aria a guida laser, e dall’ultima volta che ci siamo parlati il mio esercito è arrivato a due milioni."

"Oy gevalt!", disse Yitzhak, "La dovrò richiamare."

Rassicuratosi, Yitzhak richiamò il giorno dopo. "Ok, Sig. Hussein, mi dispiace di doverle comunicare che abbiamo dovuto revocare la guerra."

"Me ne dispiace" disse Saddam. "Come mai questo improvviso cambiamento?"

"Be’", disse Yitzhak, "Ci siamo fatti una chiacchierata tra tutti noi, e proprio non c’è modo di nutrire due milioni di prigionieri."

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giovedì, 03 aprile 2008

La punizione dell'apostasia nell'Islam

Con riferimento al tema dell'apostasia e in occasione della controversa conversione di Magdi Allam, mi è tornata in mente un'analisi interessante riportata_44452136_koranlebanon_203_bbc qualche mese fa sul blog Ribat al Mujahid, che mi ero sempre ripromesso di affrontare. La diffondo, nella speranza che una più profonda conoscenza reciproca possa aiutare la causa del dialogo.
La suddetta analisi è ad opera del gesuita egiziano Samir Khalil Samir, eminente islamologo: è interessante in quanto permette di leggere un'introduzione assai dettagliata, per quanto sintetica, di come venga trattata l'apostasia nella tradizione islamica.
Non possiedo alcuna competenza in tema di giurisprudenza islamica e non so valutare l'adeguatezza dell'approccio adottato nei confronti delle diverse fonti (lo studioso è un religioso di formazione cristiana), tuttavia la voce è autorevole e il testo mi sembra convincente.
Peraltro questo post è di carattere più interrogativo che affermativo: se qualcuno potesse fornirmi degli ulteriori orientamenti gliene sarei grato. Non conosco neppure l'evoluzione che il tema dell'apostasia ha subìto nella tradizione cristiana: anche su questo vorrei reperire qualche testo introduttivo.

Riporto alcuni estratti della riflessione, il testo completo (che consiglio) si trova qui.


"Il termine che abitualmente viene utilizzato in arabo per definire la situazione di un musulmano che rinnega l’islam è riddah o irtidad. Chi si rende responsabile di questa scelta è chiamato murtadd, apostata. Una larga parte dell’opinione pubblica musulmana ritiene che l’apostata debba essere ucciso in virtù di ciò che viene definito “il castigo dell’apostasia”, hadd al-riddah. Nei secoli questa convinzione si è radicata a tal punto che, talvolta, per poter giustificare l’eliminazione di qualcuno, lo si accusava – e tuttora lo si accusa – di apostasia.
Il problema è tornato di stringente e drammatica attualità negli ultimi decenni sull’onda del cosiddetto “risveglio islamico”, per il fatto che i musulmani radicali hanno rivalutato questa pena e chiedono di applicarla a coloro che si convertono al cristianesimo o ad altre fedi religiose, oppure diventano a loro giudizio dei rinnegati.(...)
Il problema è aggravato dal fatto che l’apostasia sembra configurarsi come un reato nel quadro dell’interpretazione tradizionale dell’islam fondata sul Corano e sulla Sunna, la tradizione islamica. Rimettere ciò in discussione equivale a scuotere le fondamenta stesse dell’islam. Anzi, siccome questo reato viene descritto – secondo i fondamentalisti – nel Corano stesso e negli ahadith, i detti del Profeta, rimetterlo in discussione equivale ad arrecare un’offesa al valore assoluto del Corano, concepito come sistema che governa tutta la vita del credente, anche in ambito civile. L’apertura della più piccola breccia rischierebbe di far crollare tutto l’edificio intellettuale dei fondamentalisti, divenuti sempre più influenti nelle società islamiche. Criticare questo hadd, questa prescrizione penale del Corano, in nome della modernità equivale a dichiarare implicitamente che il libro sacro non è più valido per i musulmani – e a maggior ragione per i non musulmani – in epoca moderna.

(...) Quale punizione prevede dunque il Corano, per gli apostati? Dei quattordici passi che vi alludono, solo sette parlano di “castigo”, e sempre in riferimento a qualcosa che avverrà nell’aldilà, mai durante la vita. In un caso (2, 217) si parla del fuoco eterno; in un altro (2,161) della “maledizione di Dio, degli angeli e degli uomini tutti insieme”; e in quattro casi (3,91; 3,177; 5,73 e 16,106) di “castigo doloroso”. In un solo versetto, nella sura del Pentimento (9,74), viene prescritto “un castigo doloroso in questo mondo e nell’altro”. Tutti i commentatori riconoscono la vaghezza di questa prescrizione rispetto alle altre pene coraniche. Infatti, mentre per il furto o per l’adulterio il Corano indica la punizione con estrema precisione (ad esempio, il numero dei colpi di frusta), c’è da stupirsi che per un reato tanto grave come l’apostasia parli soltanto di “un castigo doloroso in questo mondo e nell’altro”.
Anche gli islamisti radicali riconoscono che il Corano non è esplicito sul castigo dell’apostata. (...)
I musulmani di orientamento liberale hanno pubblicato, negli ultimi anni, vari libri che condannano il ricorso a procedimenti giudiziari contro gli apostati. Segnalo, ad esempio, quello dello sceicco egiziano Ahmad Subhi Mansur, intitolato “Il castigo dell’apostasia”, e il libro del siriano Adlabi, intitolato “L’uccisione dell’apostata”. Molte altre prese di posizione vanno nella stessa direzione. E tutti partono dal Corano per affermare che esso contiene un orientamento generale favorevole alla libertà religiosa.
I liberali citano anzitutto il fatto che il Corano critica ogni costrizione religiosa. Sono tre i passi più citati in proposito, anche negli incontri tra musulmani e cristiani.
Sura della Vacca 2,256:
“Non vi sia costrizione nella religione! La retta via ben si distingue dall’errore”.
(...) Sura di Giona 10,99-10; (...) Sura della Caverna 18,29.

Ma allora, su che cosa si basa la pratica tradizionale islamica, se il Corano non stabilisce nessuna punizione specifica contro l’apostata? Essa si basa su due detti, ahadith, del Profeta, instancabilmente ripetuti dai radicali: quello dell’imam Awza’i, e quello di ‘Ikrimah.
Entrambi questi hadith appartengono alla categoria degli ahadith al-ahad, cioè dei detti riferiti da una sola persona. In generale, gli 'ulema' considerano non validi questi detti nella definizione delle pene e dei castighi corporali, hudud. Tuttavia, lo sceicco radicale egiziano Yusuf Al-Qaradawi, oggi uno dei più ascoltati nel mondo arabo, fa una difesa di principio di questo tipo di detti trasmessi da un solo testimone, affermando che sono ugualmente validi. (...)
Su che cosa si basano, invece, coloro i quali sostengono che i due hadith non debbano essere presi in considerazione? Riassumerò qui l’argomentazione di alcuni autori, particolarmente quella dello sceicco Ahmad Subhi Mansur che, a mio avviso, ha fatto la migliore analisi storica e giuridica degli ahadith in questione. Per ciò che riguarda l’hadith di Awza’i, Mansur dimostra che egli fabbricò vari ahadith per compiacere coloro che detenevano il potere. (...)
Il secondo hadith a cui si rifanno i radicali, quello di ‘Ikrimah, dice:
“Chi cambia religione, uccidetelo”.
Anch’esso si presenta poco attendibile.
‘Ikrimah, morto nel 723, era lo schiavo di ‘Abdallah Ibn ‘Abbas, cugino di Maometto, e fu liberato dopo la morte del suo padrone. La sua fama deriva dal fatto che si cimentò a trasmettere delle “tradizioni” attribuite a Ibn ‘Abbas, il quale godeva di una grande autorità. Ma egli apparteneva al gruppo politico ribelle dei kharigiti ed è ricordato dagli scienziati degli ahadith per la sua scarsa credibilità e per la debolezza della catena di trasmissione da lui fornita: secondo la sua abitudine, egli fa risalire questo suo hadith a Ibn ‘Abbas, al quale attribuisce centinaia di detti. Inoltre, il contenuto stesso dell’hadith in questione non è in conformità né con la tradizione, sunna, né con il Corano.
In conclusione, le due tradizioni sulle quali si appoggiano i radicali per giustificare la condanna a morte dell’apostata sono entrambe molto discutibili.

Insomma, il reato di apostasia e la sua sanzione con la morte dell’apostata, che vengono presentati come fondati su una lunga tradizione nell’islam, non hanno in realtà un fondamento islamicamente accettabile. Non trovano fondamento nel Corano e nella sunna, né vi sono ahadith che li giustifichino. Neppure la storia dei primi anni dell’impero islamico autorizza una simile interpretazione.
Da dove trae origine allora quello che è diventato un luogo comune largamente condiviso nel mondo islamico? I liberali sostengono che è un’invenzione dei giuristi musulmani ed è stata promossa per motivi essenzialmente politici. Ma allora – aggiungono – se questo reato è un problema politico, deve essere trattato politicamente. Se l’apostasia è un rischio per la nazione – e se l’apostata è giudicato alla stregua di un pericolo per lo stato, di uno strumento di fitnah, sedizione – allora si tratta di un problema politico da affrontare in quanto tale, non di un problema religioso che deve essere gestito dall’autorità musulmana.
È evidente che, dietro tutto ciò, quel che è in gioco è la libertà religiosa. E ciò va ben al di là dei casi di musulmani che si fanno cristiani o che criticano l’islam. Riconoscere come reato l’apostasia significa aprire le porte e offrire pretesto a ogni tipo di repressione esercitata dai gruppi islamisti contro tutti quelli che non la pensano come loro. È, in definitiva, dare carta bianca al terrorismo che vuole ammantare le sue gesta con una giustificazione religiosa.
Ecco, in sintesi, alcuni aspetti problematici sollevati dal dibattito attuale sulla riddah, dibattito che fortunatamente non sembra destinato a esaurirsi in un breve spazio di tempo. È perciò importante che i paesi occidentali, i quali si sono fatti spesso portavoce della difesa delle libertà, sostengano gli sforzi degli intellettuali musulmani che si impegnano per conciliare la fede islamica con i diritti dell’uomo e che lottano per un islam dal volto umano."
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mercoledì, 26 marzo 2008

Recuperare Annapolis

Shlomo Ben-Ami

Ancora un articolo di Shlomo Ben-Ami, esponente laburista ed ex-ministro degli esteri israeliano, del quale apprezzo la lucida e pragmatica impostazione negoziale del conflitto israelo-palestinese, e anche la visione gradualista del processo di democratizzazione nel mondo arabo. Segnalo inoltre il blog - originariamente suggerito dalla giornalista Paola Caridi - Syria Comment, incentrato su uno dei principali protagonisti arabi del conflitto.
Con un occhio alle polemiche dei giorni scorsi al Salone del Libro di Parigi, Nazione Indiana ha tradotto in un dossier l’intervista a Benny Ziffer, redattore capo del supplemento letterario di Haaretz, apparsa in francese su nonfiction.fr: Ziffer ha promosso l’appello al boicottaggio di Israele (ospite d’onore al Salone) da parte di intellettuali israeliani critici verso l’operato del loro stesso governo.
Ancora dal Salone, lo scrittore A. Yehoshua ha espresso un appello all’Europa per una sua maggiore presenza nella gestione dei negoziati di pace: riporto il link all'articolo apparso su Le Monde.

ben-ami
I colloqui di pace israelo-palestinesi cominciati tre mesi fa ad Annapolis non soffrono certo per la mancanza di idee su come affrontare i temi cruciali del conflitto. Dopo anni di tentativi frustrati di concludere un accordo, e con dozzine di piani di pace ufficiali e informali a disposizione dei negoziatori, rimane poco spazio per la creatività nella definizione di un accordo.
Il problema di fondo sta altrove, nella carenza di leadership, e nella frammentazione della politica palestinese. L’unica persona che avrebbe potuto assicurare un accordo di pace basato sulla soluzione due popoli in due stati in maniera legittima agli occhi dei palestinesi, Yasser Afarat, ha portato con sé nella tomba questa legittimità.
Il presidente Mahmoud Abbas non è mai stata una figura ispiratrice per i palestinesi. Con la resa di Gaza a Hamas, la sua influenza politica è diminuita ulteriormente. In effetti, Abbas non riesce neppure a controllare le milizie del suo stesso partito, Fatah, che è stato anche più attivo di Hamas nell’organizzare attacchi terroristici contro Israele. Il controllo dell’Autorità Palestinese sulla Cisgiordania sarebbe collassato molto tempo fa se non fosse stato per le incursioni quotidiane di Israele contro Hamas e Fatah nelle aree controllate da Abbas.
Nel corso della storia, i movimenti nazionalisti, quasi sempre costituiti da ali radicali e realiste, hanno dovuto scindersi per poter raggiungere la Terra Promessa. Il consenso è la negazione della leadership e spesso una ricetta per la paralisi politica.
Il Sionismo ne è un esempio. Se il partito ultranazionalista Irgun di Menachem Begin si fosse unito in una coalizione con il pragmatico Mapai di Ben Gurion nel 1947, i sionisti avrebbero rifiutato la partizione della Palestina, e Ben-Gurion non sarebbe riuscito a proclamare lo stato di Israele nel maggio del 1948.
Naturalmente questa lezione non deve essere elevata a dogma. Nel caso palestinese, con il vuoto di una leadership come quella rappresentata da Arafat, l’ala radicale Hamas non può essere esclusa dal processo di creazione dello stato palestinese. Inoltre, diversamente dal caso israeliano, l’ala radicale in Palestina rappresenta la maggioranza dei cittadini, come è emerso alle elezioni di due anni fa.
Di conseguenza, la questione che domina l’attuale dibattito in Israele è sull’opportunità di invadere la striscia di Gaza dominata da Hamas. Bloccata in una paralisi di pensiero autoimposta che non permette di vedere una soluzione non-militare, Israele si rifiuta di capire che i lanci di razzi sul territorio israeliano non vanno intesi come un tentativo di trascinare Israele verso l’invasione. Al contrario, sono un tentativo di stabilire un nuovo deterrente per forzare Israele all’accordo per un cessate il fuoco (tahdiye).
E’ autoingannevole assumere che gli attori palestinesi coinvolti nello screditato processo di Oslo possano ancora raccogliere la legittimazione popolare necessaria per ottenere il sostegno su un compromesso che richiederebbe ad Israele dolorose concessioni sui temi centrali dell’ethos nazionale palestinese.
Né è del tutto certo che l’invasione di Gaza porterebbe alla fine degli attacchi su Israele. Hamas, con l’aiuto dell’Iran, sta vivendo un processo di ‘hezbollanizzazione’. Le sue unità non sono più semplici cellule terroristiche; sono unità combattenti ben equipaggiate e molto preparate, e i suoi razzi, come quelli nel Libano del sud, vengono lanciati con dei timer da silos sotterranei.
L’esperienza traumatica della seconda guerra libanese nel 2006 ha reso la leadership israeliana timorosa di un’altra guerra asimmetrica dove una vittoria netta non può mai essere proclamata, e dove l’aritmetica del sangue è sempre destinata a trasformare le vittime della forza prevalente, Israele, in  cause di una crisi interna.
Israele deve modificare il suo obiettivo strategico di escludere Hamas dal processo di Annapolis, e con questo l’ultima chance per una soluzione in due stati. Ciò richiede non solo un cessate il fuoco con Hamas, ma anche il ritorno ad un governo di unità nazionale palestinese, l’unico in grado di garantire al processo di pace quella vitale legittimazione che al momento manca. Senza la rinascita degli accordi della Mecca, che posero Hamas e l’OLP in un governo di coalizione, Hamas non può pensare di assicurarsi il controllo di Gaza e l’OLP non è in grado di raggiungere un accordo di pace con Israele.
Il concetto, caro agli architetti del processo di Annapolis, che la pace possa essere ottenuta solo dividendo i palestinesi “moderati” da quelli “estremisti” è un’idea sbagliata. Un governo di unità nazionale palestinese non ostacolerebbe un accordo per la semplice ragione che i moderati attualmente coinvolti nei negoziati con Israele devono in ogni caso impegnarsi per un accordo che gli estremisti non possano etichettare come una svendita e un tradimento. Di conseguenza, la differenza tra le posizioni palestinesi negli attuali negoziati e quelle che potrebbero reggere se fosse reintegrato un governo di unità è del tutto trascurabile.
Copyright: Project Syndicate, marzo 2008.
www.project-syndicate.org

Traduzione di Le coordinate Galat(t)iche.
venerdì, 21 marzo 2008

La Terra Santa di Toni Baruffaldi

Gerusalemme 1988 - Quartiere arabo-palestineseGerusalemme

Toni Baruffaldi è un fotografo e poeta che conosco ormai da molti anni e di cui ammiro la particolare sensibilità umana ed artistica. Qualche giorno fa mi ha inviato un suo contributo poetico alla questione israelo-palestinese: mi fa piacere pubblicarlo sul mio blog.
Se questa esplosione di spighe va intesa come metafora di deflagrazione della pace, a cui un giorno potremo forse assistere, la poesia che segue è purtroppo più
adatta a rappresentare le attuali prospettive del conflitto.


Palestina

A scuola
sapevo solo di un certo Micca,
eroe per caso e per virtù.
Il suo nome era scritto in neretto,
per non dimenticare.

Poi
nel quarantotto
i GRANDI DEL REAME
divisero spicchi di Terra e di Sole

dove il Giusto tra i giusti
si fece PICCOLO
per mostrare la pace all’umanità.
   
E ora quel ventre
di amori contesi e accordi stracciati
è un simulacro di sangue,
e la luce è lontana
ben oltre le colline.
Di qua e di là del filo spinato
si muore e si piange
e si finge un futuro
che non si scorge più.

Antonio Baruffaldi           

Novembre 2002

* Pietro Micca (1677-1706), soldato minatore piemontese di guardia alla cittadella di Torino assediata dai Francesi. Per impedire che i nemici la conquistassero penetrandovi da una galleria sotterranea in cui già si erano introdotti, decise con un compagno di farla crollare mediante dell’esplosivo; ma la lunga miccia era bagnata, perciò Micca - dopo averne asciugata in fretta una cortissima e allontanato l’amico - fece franare l’intera galleria, arrestando con il suo sacrificio l’assalto delle truppe francesi.
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categorie: cultura, israele-palestina, polemos
martedì, 18 marzo 2008

Quale futuro per la laicità ?

mail.google.comQuando ricevo email che mi segnalano novità di questo tenore (per la lettura del testo completo e anche degli illuminanti commenti rinvio qui):

" (…) lo scorso 6 febbraio – nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri – il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al «popolo accecato [che deve essere] strappato dalle tenebre» con l'espressione «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini».
La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede. Tale modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica alternativa e contrapposta a quella vigente, e che a nostro parere è in contrasto con i testi conciliari
Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni (…)" ,

oppure mi imbatto nell'insolita durezza dell'ultimo numero speciale di Micromega (è sufficiente il titolo: Il Papa oscurantista contro le donne, contro la scienza), con toni al di là di quelli usuali della rivista - per quanto improntata ad una laicità stretta -, mi trovo a domandarmi quale disegno ci sia nelle strategie di Papa Benedetto XVI e dei vescovi italiani.
Non sono certo nelle condizioni di poter emettere un giudizio sull'opera dell'attuale papato (non ho le competenze per poterlo fare), mi limito ad osservare che le diverse scelte di conservazione compiute hanno comunque prodotto degli effetti, i quali si stanno riverberando pesantemente nella società.

Con riferimento al tema della laicità, accettare lo scontro con le componenti avversarie ha probabilmente l'obiettivo di compattare la maggioranza dei cittadini intorno al papa e ai vescovi respingendo le spinte laiciste (non credo che tra gli obiettivi principali vi sia quello di contrastare la sbandierata espansione islamica in Europa, fenomeno che mi pare minoritario): questo gioco politico mi sembra però ostacolare sia chi lavora per una Chiesa più moderna sia quei laici disposti al confronto e al dialogo.
Gli esiti dello scontro in atto non possono che condurre ad una polarizzazione, con il grosso rischio che questa venga accompagnata da due possibili movimenti in direzioni opposte : a) un'evoluzione alla Zapatero, progressista ma al costo di lacerazioni sociali; b) la conservazione, che vedrebbe vincente la linea delle gerarchie vaticane ma che nel lungo termine allontanerebbe sempre di più la Chiesa dal sentire comune e dalle necessarie istanze di trasformazione.


In Italia lo scenario più probabile mi pare quello della conservazione: mi auguro tuttavia che la società si dimostri più libera di quel che sembra e che possano emergere scelte in linea con la modernità.

Anche in caso di successo di questo scenario, vi è il rischio che ciò avvenga al costo di gravi strappi e con il persistere di una conflittualità acuta. In un paese come il nostro, dove esiste la peculiarità di un importante segmento politico qual'è quello dei cattolici progressisti, ciò sarebbe ancora più deludente. Perchè si perderebbe l'occasione di assistere ad un importante laboratorio della laicità, nel quale si potrebbero affrontare temi cruciali, come quelli della bioetica, con maggiore serietà ed equilibrio. Ma forse le conquiste sociali possono procedere soltanto a strappi, ed è illusorio pensare di poter alterare la natura delle cose.

postato da: galati alle ore 22:23 | link | commenti
categorie: italia, diritti, laicitÃ